Come quando si cerca l’Imperatore della Cina e si trova un sigaro

giugno 4, 2014 § 2 commenti

Fumare è una moda, un vizio, un piacere, un demone, una consolazione, una droga a seconda delle persone e delle loro inclinazioni. Tutti abbiamo fumato e chi protesta dicendo che no, lui mai, allora mente e potete concedervi un sorriso condiscendente.

Ma se è impossibile pensare a Bogart senza mozzicone tra le dita, a Maigret senza la pipa ad accompagnare le sue meditazioni o a Churchill senza sigaro, l’origine del tabacco è oscura così come il momento in cui il fumo ha cominciato a giocare un ruolo tanto importante nella vita e nell’immaginario.

tabaccoNelle lontane e sconosciute Americhe si fumava con passione, per usi ricreativi, cerimoniali e medicinali, ma da noi niente. La vecchia Europa sarebbe stata il paradiso per i francamente irritanti salutisti di oggi che vedono in ogni voluta di fumo l’immagine del demonio. Colombo attraversò l’oceano e tornò non solo con tanta confusione in testa e l’idea di aver trovato una rotta interessante per le Indie, ma anche con a bordo il primo fumatore.

Costui ha nome e cognome: Rodrigo de Jerez, uno spagnolo della ciurma della Santa Maria. Nell’isola di San Salvatore aveva incontrato degli indios che arrotolavano e bruciavano foglie dal fumo fortemente aromatico, ma nessuno ne era rimasto particolarmente impressionato; tuttavia qualche mese dopo, mentre era alla ricerca dell’Imperatore della Cina, osservò i nativi arrotolare tabacco dentro foglie di palma, accendere una delle estremità di quello che a tutti gli effetti è un sigaro – tra tutti i posti proprio a Cuba – e bere il fumo.

Ritornò a casa a bordo della Niña e con lui il suo vizio esotico. Ma l’Europa è sempre stata piena di francamente irritanti rompiscatole e il primo fumatore fu incarcerato dall’Inquisizione per questa sua demoniaca attività, perché solo Satana poteva dare all’uomo il potere di emettere fumo dalla bocca. E questo restituisce tutto il panorama contemporaneo che contrappone i fumatori agli acerrimi detrattori di questa abitudine.

Nel mezzo sta sempre la virtù e, fanatici a parte, qualche decennio dopo a Lisbona cominciava il commercio di tabacco, un affare di risulta rispetto a quello ben più redditizio degli schiavi amerindi e africani: i carichi di tabacco viaggiavano infatti sulle navi negriere.

L’ambasciatore francese alla corte Portoghese, Jean Nicot – a cui si deve l’origine del nome nicotina -, scoprì le virtù di questa pianta che all’epoca era chiamata giusquiamo del Perù e ne inviò i semi alla sua graziosa regina, Caterina de’Medici. Da allora la diffusione è stata incontrollabile, prima erba sacra dalle miracolose proprietà medicinali, poi svago, piacere, moda, status symbol, vizio.

Fino ad oggi dove sembra essere nuovamente peccato.

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Arancione come una carota, no come la politica

febbraio 6, 2013 § 1 Commento

Avanti, quanti di voi si sono chiesti perché diavolo il Partito Democratico abbia scelto quel tremendo arancione come colore simbolo?

Sono andati per esclusione, diranno i più:  ci voleva un’alternativa al rosso comunista, al verde lega, all’azzurro delle libertà, quindi restava da scegliere tra un ambiguo rosa o un più solare arancione. Probabilmente è andata così, ma a me piace credere a una storia diversa, meravigliosamente legata al colore delle carote e soprattutto meno noiosa.

caroteLe carote non so no solo arancioni: ce ne sono di bianche,di viola, di rosse, di nerastre e anche di arancioni. Tuttavia sulle nostre tavole appaiono sempre quelle arancioni e sfido chiunque a dire di averne mangiata una di un altro colore.

La varietà arancione ha cominciato ad essere selezionata in Olanda a partire dal sedicesimo secolo fino a soppiantare tutte le altre cultivar.

Si da il caso che l’arancione sia il colore araldico della casa regnante d’Olanda, gli Orange-Nassau, recentemente saliti agli onori della cronaca a causa dell’abdicazione della regina Beatrice in favore del figlio maggiore il principe, ora re, William-Alexander. E quindi?

Dopo la rivoluzione che porto all’indipendenza l’Olanda e la casa di Orange-Nassau alla guida del paese, i contadini iniziarono a selezionare la varietà arancione come tributo a William d’Orange che aveva guidato la rivolta e come prova del loro patriottismo.

Quindi, il PD non poteva fare scelta migliore nel adottare l’arancione come loro colore simbolo, del resto è il colore della politica…(che poi sia buona politica o meno, non è faccenda di questo blog e, povere carotine, mangiatele lessate o crude come Bugs Bunny, ma tenetele lontane dalla politica)

Calicanthus, chimonantus o il fiore del nuovo anno

gennaio 6, 2013 § Lascia un commento

È stato l’ultimo giorno dell’anno quando mi sono fermata in una stradina di Bologna mentre stavo camminando per bearmi del profumo del calicantus, squisito, dolce, inatteso nel freddo e carico della promessa di una primavera che  non è poi così lontana come sembra dirci il calendario.

Del resto non sono la sola a pensare che il suo profumo rappresenti l’inizio di un nuovo ciclo, tra i cinesi e uno dei fiori dell’anno nuovo. Anzi sono stati proprio loro a scoprire e coltivare il Chimonantus praecox – vero nome del cespuglio che in greco significa “che fiorisce d’inverno” -, che chiamano La Mei Hua, sin quasi dagli inizi della loro lunga storia, durante la dinastia Song: dalle loro parti nasce spontaneo in montagna.

Chimonanthus-praecox_flwr_Wolfgang_web (Main)Poi, se lo sono tenuto gelosamente chiuso tra i confini dell’Impero di Mezzo fino a quando non è stato portato in Giappone nel diciassettesimo secolo e gli occidentali hanno potuto godere per la prima volta del suo profumo. È approdato in Europa, in Inghilterra per la precisione (e ti pareva!) , nel 1776, dono al sesto conte di Coventry e alle serre della sua tenuta di Croome Court. Qualche anno più tardi, quando l’arbusto era ormai cresciuto, il conte ne fece dono agli uomini che si prendevano cura dei suoi giardini e così il calicantus cominciò a diffondersi.

Non è una bella pianta, anzi è piuttosto bruttina: un cespuglio sparuto con i rami che crescono un po’ alla come viene, d’estate poi, quando è coperto di foglie, è totalmente anonimo, ma quando fiorisce… ecco quando fiorisce è tutta un’altra storia. I fiori sono piccoli e sembrano fatti di cera, i petali sono si un bel giallo carico, un po’ il colore di un creme caramel, mentre l’interno è di un misterioso e profondo bordeaux scuro, color della ceralacca, circa. Ma è il profumo che mi incanta ogni anno, lo si sente anche a grande distanza ed è una specie di gioco andare a cercarne la fonte.

Personalmente, mi riempie di una specie di nostalgia, uno struggimento per la bella stagione che so essere sempre più vicina, e mi fa sentire come se fossi a posto, come se nel momento in cui sento quel profumo avessi già tutto quello di cui ho bisogno in quel momento. Bah, diciamo un attimo di pienezza, anche se lo so che sembra un po’ idiota. Ma questo è quello che suscita in me, altri possono provare altre cose… (che mi piacerebbe sapere nel caso intendiate condividerle)

Quando l’azzurro confonde

ottobre 9, 2012 § Lascia un commento

Perchè il fiordaliso si chiama così? Ci penso da quando ho cominciato a scrivere questo blog qualche mese fa, e più ci penso e meno ci capisco.

Riassumiamo i fatti: fiordaliso è il nome comune della Centaurea Cyanus, un fiore di campo dal bellissimo colore azzurro intenso, però a Firenze fiordaliso o fior d’aliso e il nome con cui si designa l’iris. Ma non finisce qui, non può sfuggire la somiglianza con “fleur de lis“, il simbolo francese della regalità, che letteralmente significa “fior di giglio“.

Per quanto abbia setacciato tutte le fonti su cui sia riuscita a mettere le mani, non sono venuta a capo del mistero. Passi la confusione tra l’iris e un giglio, tanto più che l’iris sta sullo stemma di Firenze e il fiordaliso fiorentino è preciso identico al simbolo di Francia con qualche ghirigoro in più, solo che uno è un giglio e l’altro no, ma indubbiamente le forme possono essere paragonate. Ma tra un giglio o un iris e la centaurea il passo è lungo, lunghissimo.

La centaurea fa parte della famiglia delle Compositae o Asteraceae come le margherite e sul suo bel fiore blu circolano moltissime storie: sacro alla dea Flora, lei stessa li dedicò al suo innamorato Cyano, trovato morto vicino a una ghirlanda di quei fiori; si dice che sia un erba magica capace di purificare dai veleni, come nel caso del centauro Chirone il quale si curò da una ferita avvelenata con un impacco di fiori, lo stesso impacco che pare curi i disturbi della vista.

Pare inoltre che una varietà di centaurea, la scabiosa anche chiamata fiordaliso vedovino, abbia il potere di curare la scabbia. E qui si trova l’unica connessione, per quanto debolissima, che ho potuto trovare con il fleur de lis di Francia. Una delle caratteristiche dei re francesi era la taumaturgia: la leggenda vuole che, in virtù della loro natura divina, avessero la capacità di guarire alcune malattie come la scabbia e scrofola con il semplice tocco delle mani, .

Che sia stata fatta un’associazione tra la regalità francese simboleggiata dal giglio con la centaurea che guarisce dalla scabbia? Lo so che è improbabile…

Qualcun altro oltre a me si rode dalla curiosità? e, ben più importante, qualcuno ha delle risposte?

Se l’edera non cresce a Babilonia

agosto 21, 2012 § 1 Commento

Basta fare una passeggiata nei boschi per vedere l’edera arrampicarsi sopra gli alberi trasformandoli in colonne rigogliose e piene di fruscii di lucertole, uccellini, farfalle… insomma qui alle nostre latitudini l’edera è ovunque: nei boschi, striscia sui muri, viene tenuta in casa in patetici vasetti che trasformano in una striminzita pianta da appartamento una delle poche liane che crescono dalle nostre parti.

L’edera è originaria, e si anche infestante, in tutto l’emisfero boreale, nelle zone temperate, si arrampica tenace nelle isole britanniche, in Scandinavia, in tutta l’Europa continentale e mediterranea e tenta timide ascese anche in Turchia e a Cipro. Un po’ come dire che l’Unione Europea coincide con la patria dell’edera.

foto di Nuuuuuuuuuuul

L’edera è una pianta non solo silvestre, ma anche selvatica, tanto da disobbedire agli ordini di Alessandro Magno, che si arrangiasse lui e la sua ambizione.

Quando infatti il re macedone conquistò Babilionia diede ordine ad Arpalo, un amico d’infanzia nonché tesoriere dell’impero, di popolare i giardini della città con essenze greche. L’edera si seccò e non crebbe mai, Arpalo invece pensò bene di scappare con la cassa, una faccenda che qualche anno più tardi gli costò la vita.

Quello che invece mi colpisce di questa storia è come il grande Alessandro, il giovane re macedone che vinse tutto, prese tutto in una brevissima e fulgidissima parabola durata poco più degli anni che si possono contare sulle dita delle mani, che si credeva un dio, si paragonava ad Achille, disponeva della vita e della morte delle genti dalla Grecia all’India, fonte di ispirazione per i generali da quel momento in poi, capace di dominare con la competenza e il carisma eserciti enormi… alla fine sia stato incapace di comandare a una volgarissima pianta infestante di crescere.

Il terreno era troppo sabbioso e caldo e così, quale che fosse il comando del re, semplicemente non attecchì.

Non credo che sapremo mai se Alessandro si sia reso conto della disobbedienza dell’edera o se, come l’edera stessa, non se ne curò. Resta il fatto che dopo poco tempo l’impero sognato dal principe macedone andò in mille pezzi. Gli rimase imperitura fama, ma del suo desiderio di creare un vastissimo impero non restano che ombre, pagine di libri, qualche brutto film, riflessi nei nomi delle città che ha fondato e poco altro.

L’edera invece continua a cresere ovunque si trovi a suo agio, ma non a Babilionia.

Alla fine dei conti, credo che l’edera sia un buon metro per stimare quanto vale l’ambizione di un uomo.

Saintpaulia, la storia di una nostalgia

luglio 18, 2012 § Lascia un commento

Mai come in questi giorni di piena estate cammino per campi e boschi con una sensazione come di struggimento.
Certo è il caldo che fa salire vampate umide dai prati e dalle rogge, è il frinire delle cicale che è sempre stato per me sinonimo di ossessione, la voglia delle vacanze… ma guardo i miei luoghi come chi li dovrà presto lasciare. Chiamatelo presagio, sensazione, idiozia, ma mi sento con le valigie in mano.

Insomma, guardo le cose con una rinnovata dolcezza. Forse è vero che si riscopre la bellezza delle cose e dei luoghi soprattutto quando te ne devi andare. Magari non mi muoverò dai miei prati e allora ben venga questa sensazione che me li fa amare di più. Intanto però mi accorgo di quanto sia potente il sentimento della nostalgia e quanto possa essere struggente stare lontani da una casa amata con il cuore.

Così capisco tutti quei signori che lontani da casa danno ai posti nomi come Nuova York, Nuova Guinea, Nuova Caledonia e cercano di ricostruire, almeno nei nomi, un legame con la patria lontana. Poi non è amor di patria inteso come amore per la propria nazione, ma legame con i luoghi a cui si sente di appartenere.
Anche le piante non sono immuni da questo tentativo di ricollocarle nella geografia del cuore, rimetterle in ordine nella bacheca delle cose familiari e usuali.

Un esempio per tutti: la saintpaulia; quella pianticella con le foglie pelosine e carnose, verde scuro, e dai fiori viola che spesso compare nelle case e immancabilmente languisce – almeno nella mia cucina avveniva puntualmente. Eppure, fin dal nome, la storia di questa pianta è una storia di esilio e nostalgia. Le prime piante sono state raccolte da due botanici inglesi alle fine dell’Ottocento sulle coste africane di fronte a Zanzibar. Qualche anno più tardi, il barone Walter von Saint Paul, capitano imperiale del distretto tedesco di Tanganika, mandò a casa dei genitori i semi di una pianta che descrisse come “violetta africana” e che si chiama saintpaulia in suo onore.

Mi fa tenerezza pensare a questo signore di cui non ho trovato alcuna immagine, ma che immagino con favoriti e formale uniforme blu, mentre si arrampica sulle montagne del distretto di Usambara e scopre in un anfratto scuro e roccioso una macchia di fiori violetti. Subito si ferma e si ricorda delle primavere a casa, in Germania, quando i boschi si riempiono di violette.
E allora mi viene in mente anche quella canzone di De Gregori, La casa di Hilde: “Oltre il confine, con molto dolore, non trovai fiori diversi…” eppure quando si trovano davvero diversi subito li si vorrebbe uguali o almeno simili.

La thunbergia o gli occhi scuri della diversità

maggio 30, 2012 § Lascia un commento

Non mentirò, la cosa che preferisco della thunbergia alata, più di ogni altra cosa, è il nome con cui l’ho conosciuta la prima volta: Susanne aux yeux noirs. Sembra che il nome derivi da un personaggio popolare nei traditional inglesi: una Susanna dagli occhi scuri capace di spezzare i cuori degli uomini e spingerli ad andar per mare.

Ha un bel fiore giallo carico con un centro marrone scuro, vellutato, come un occhio che ti guarda dal viluppo di foglie. Gira gira, ci ho messo quasi 10 anni prima di averne una piantina nel mio minuscolo giardino.

thunbergia alata foto di blumenbieneLa thunbergia è stata scoperta da uno dei discepoli di Linneo, Carl Peter Thunberg, che la scovò a Capo di Buona Speranza dove il botanico svedese restò tre anni sulla strada che lo portò – primo occidentale ad avere il permesso di farlo – a raccogliere campioni di piante nel lontanissimo Giappone. Thunberg spedì a casa i campioni e un altro discepolo di Linneo, un certo Retzius, padre di un medico che ha dato il nome a numerose parti del nostro corpo, dal naso al piede, celebrò l’amico lontano dando il suo nome alla pianta.

La thunbergia, là dove cresce naturalmente, è infestante. Cresce dappertutto, si avvinghia a tutto e prolifera tanto da dover essere estirpata. Da noi invece viene accolta nei giardini per chi cerca una bella cascata di fiori colore del sole e una distinzione un po’ acida dal vicino con i gerani più belli dell’universo.

Guardo la mia piantina scalare la ringhiera e mi fa sorridere il pensiero che quello che è invasivo sulle rive del Limpopo a queste latitudini invece è chic. Certo, il relativismo è una delle cose che sembra avere pervaso il nostro modo di pensare, un “ma dipende” che rende tutto accettabile se osservato dal punto di vista adatto. Così mi viene da pensare che la thunbergia ha fatto un viaggio analogo alle molte persone che dall’Africa vengono da noi, ma con un esito opposto.

E quindi, perché le piante diverse vanno bene e invece le persone no, anche se vengono dallo stesso posto?